Buck, l’Oriana ed io – Storia di un cane che insegna la libertà – Il richiamo della foresta, Jack London

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Non ricordo chi mi diede quel libro. Forse mio padre, forse mia madre. Ma ricordo che aveva la copertina rossa e che stava, insieme a molti libri dalla copertina rossa, in un mobile con gli sportelli di vetro. I libri, a quel tempo, erano i miei balocchi. E il mobile con gli sportelli di vetro era il mio paradiso proibito perché la mamma non mi permetteva di aprirlo. “Sono libri del babbo, sono libri da grandi, non da bambini” diceva. La mamma era convinta che più a lungo un bambino resta bambino, meglio è. […] Nella prima fila c’erano esclusivamente i libri con la copertina rossa e su quelli, non su gli altri, sognavo. […] il nome dell’autore era un nome che si pronunciava come un colpo di tosse e poi come una linguata: Jack London.

Con queste romantiche parole inizia la prefazione scritta da Oriana Fallaci per Il richiamo della foresta di Jack London. Anche io ho letto per la prima volta il romanzo quando ero piccola; non credo di averne capita nemmeno una parola, ma qualcosa deve essermi rimasto dentro, ancorato al cervello o all’anima. Per qualche motivo ancestrale, ricordavo il nome di quel gigantesco cane come se fosse il mio. Ogni volta che vedevo un cane di quel genere dicevo a mia madre che “fosse per me, lo chiamerei Buck”. Guardavo Balto e pensavo a Buck, Belle e Sebastien eravamo io e Buck che correvamo nel prato, anche se non capivo la sua storia. Anni dopo, quel pezzetto di Buck attaccato da qualche parte dentro di me si è staccato, infilato nel sangue ed è arrivato nella parte cosciente del mio cervello. Una mattina mi sono svegliata, sono andata di fronte allo scaffale dei libri e l’ho cercato. Forse è stato un caso, magari un bisogno inconscio, ma ho divorato l’intera storia in modo famelico. Dopo due ore avevo letto tutto ed avevo le guance rigate di lacrime.

Una storia semplice: un grosso cane dal pelo folto e i muscoli forti viene rapito dalla tenuta del suo padrone nel caldo Sud, per essere rivenduto come cane da muta, in viaggio per il gelido Nord in cui gli uomini vanno a cercare l’oro. Buck commette il suo primo errore: si fida del giardiniere, perché lo conosce. Viene ceduto ad un uomo che ha il compito di domarlo: è la prima volta che Buck mostra i denti. La natura selvaggia sopita dentro di lui si spegne subito, quando capisce che l’uomo col bastone detta la legge.

E questa legge “del bastone e della zanna” è un po’ il filo conduttore della prima parte del libro. Buck conosce altri uomini, alcuni gentili, altri terribili, conosce padroni giusti e padroni idioti. Ma la legge del bastone e della zanna non la dimentica mai. L’uomo col bastone va obbedito, anche se non vuoi. Questa è una metafora straordinaria sulla disobbedienza civile: una legge ingiusta deve essere disobbedita, dicono, ma la legge è legge e combatterla è difficile. Buck impara così ad essere astuto, si appropria di una malizia che prima non conosceva, perché è vero che sopravvive il più adatto e non il più forte. Impara a rubare il cibo quando ha fame e soprattutto a non farsi beccare; in pratica Buck impara a mentire.

Buck si trova ad affrontare anche l’ostilità dei propri simili. Invece che aiutarlo e mostrarsi solidali, gli altri animali lo ostacolano, gli insegnano la “la legge della zanna”: tra i cani della muta c’è un alpha, ruolo che va conquistato con il sangue. Buck sfida tutti gli alpha che incontra, diventa il cane più temuto di tutti, ma perde quella che noi chiamiamo umanità. Per Buck è l’istante di tristezza e di profondo dolore nel veder morire straziata Curly, una grossa cagna gioiosa e gentile. Subito dopo Buck si volta e continua a lottare: non c’è tempo per piangere i morti, per aiutare gli amici, non c’è tempo che non vada usato per sopravvivere.

Quando ebbi finito il libro , infatti, non ero più una bambina che crede […] in un mondo di bugie affascinanti e pietose. Ero una bambina pronta a trattare con gli adulti in un mondo di dure realtà. Una bambina cui Buck aveva insegnato che la vita è una guerra ripetuta ogni giorno, spietata, crudele, una lotta da cui non puoi distrarti un secondo, neanche mentre dormi, neanche mentre mangi, perché altrimenti ti rubano il cibo e la libertà. […] Guai a perder la libertà per buona fede o distrazione. Perché la sua unica alternativa è la schiavitù, l’ingiustizia, la vergogna, le cinghie di cuoio che ti legano alle slitte dei cercatori d’oro […].

Poi Buck conosce l’amore. Un cacciatore lo trova ferito e morente, lo salva dalla crudeltà dei suoi padroni, lo cura, lo ama. Buck è fedele al suo nuovo padrone, scopre la tenerezza delle carezze, la gioia di amare, più che di essere amati. La bellezza di dedicare la propria vita a qualcuno che ti ama quanto lo ami tu.
Ma il richiamo della foresta è incessante, si fa sentire sempre più forte. Negli anni passati ad imparare a sopravvivere, Buck ha riscoperto il lato più forte e selvaggio della sua anima. Si muove di notte, esplora la foresta e ogni giorno si spinge un po’ più lontano, ogni notte è un po’ più selvaggio.

Però, come si abbandona un rifugio caldo, un amore dolce, per ritrovarsi soli a combattere di nuovo? Alla fine l’amore è una catena ancora peggiore di quelle che lo legano alla slitta, dice la Fallaci. Buck è disposto a tutto per il suo amore, perfino a spaccarsi la schiena per gioco, un gioco deciso dall’uomo che ama, INCONDIZIONATAMENTE.
Finché un giorno, l’uomo a cui è così legato viene barbaramente ucciso. Buck reagisce con una rabbia demoniaca, furente, selvaggia. Questo è l’istante in cui taglia del tutto i ponti con il lato “umano” della sua anima, abbandona i ricordi di una vita agiata insieme agli uomini ed esplode.

Bisogna che Thornton venga ucciso dagli indiani Jeehats perché Buck tagli l’ancora e ritrovi se stesso: in un’epica liberazione che è preludio di libertà assoluta. […] E Buck… “Per l’ultima volta in vita sua Buck permise alla passione di imporsi sull’astuzia e il ragionamento. E fu il grande amore per Thronton che gli fece perdere la testa.” Non più cane né lupo, ma demonio, […]. Poi rimasto solo e lavato di quell’amore […] si allontana tra gli alberi e torna laggiù dove non esistono catene né legami né ancore. 

Torna laggiù, non perché fosse lì poco prima, ma perché è il luogo a cui la sua anima è sempre appartenuta. Come lei, anche io ho sempre sentito il forte significato di libertà in questa storia, mentre molti parlano solo di sensi, di un cane che recupera l’essenza dei suoi antenati. Ma forse è la stessa cosa: ritrovare la propria essenza ed essere liberi è la stessa cosa. Quando sei piccola non capisci niente, poi scopri un cane che ritorna lupo, poi la vita comincia a prenderti a schiaffi e ti ritrovi ad ignorare la tua amica Curly che viene sbranata per mettere in salvo te stesso. Ed è forse a questo punto che ti accorgi che anche l’amore è una catena.

è terribile capire tutte queste cose, ed è vero che nessun bambino dovrebbe leggere questo libro in tenera età, ma io l’ho fatto. Rileggo questo libro davvero spesso, decine di volte l’anno. Lo leggo ogni volta che sono triste, quando ho bisogno di qualcuno che mi capisca, quando non so cosa fare della mia vita. Leggo la storia di un cane, che ha affrontato la vita, che ha vinto e perso, che ha rinunciato e ha guadagnato, che è tornato lupo, ed è diventato LIBERO.

[…] un grande lupo dalla meravigliosa pelliccia, simile agli altri lupi, e tuttavia diverso da loro. Arriva solitario dal ridente paese dei boschi e scende fino a una radura tra gli alberi. […] Ma non sempre è solo. Quando vengono le lunghe notti d’inverno e i lupi seguono il loro cibo nelle vallate più basse, lo si può vedere correre alla testa del branco nella pallida luce lunare o nei chiarori crepuscolari dell’aurora boreale, balzando gigantesco sopra i suoi compagni, la vasta gola mugghiante mentre canta il canto del più giovane mondo, il canto del branco.

Jack London, Il richiamo della foresta

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